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Visualizzazione dei post da marzo, 2026

La Quercia e le canne

 La Quercia e le canne - Esopo versione greco Δρῦν ἄνεμος ἐξορύττει καὶ ῥίπτει εἰς ποταμόν.  Ἡ δὲ φερομένη τῶν καλάμων πυνθάνεται·  «Πῶς ὑμεῖς, ἀσθενεῖς ὄντες καὶ λεπτοί, ὑπὸ τῶν βιαίων ἀνέμων οὐκ ἐξορύττεσθε;».  Οἱ δὲ ἀποκρίνονται·  «Ὑμεῖς μὲν τοῖς ἀνέμοις μάχεσθε καὶ ἐξορύττεσθε· ἡμεῖς δέ, παντὶ ἀνέμῳ ὑποπίπτοντες, ἀβλαβεῖς διαμένομεν».  Καὶ ἡ δρυς λέγει·  «Ἀλλὰ τὸν θάνατον προκρίνω τοῦ βίου ταπεινοῦ· ἐγὼ γὰρ ἐλευθέρα ἀποθνῄσκω μαχομένη, ὑμεῖς δὲ τὸν βίον σώζετε, εἴκοντες πάσῃ δυνάμει καὶ πάσῃ βία». TRADUZIONE  Un vento sradica una quercia e la getta nel fiume.  Ed essa, mentre viene trasportata, domanda alle canne:  "Come mai voi, essendo deboli e sottili, non venite sradicate dai venti violenti?".  Quelle rispondono:  "Voi combattete con/contro i venti e venite sradicate noi invece, piegandoci ad ogni vento rimaniamo illese". E la quercia dice:  "Ma io preferisco la morte a una vita misera; io infatti muoio libera comb...

La fondazione di Marsiglia

TESTO GRECO  Φωκαεῖς οἱ ἐν Ἰωνίᾳ ἐμπορίᾳ χρώμενοι ἔκτισαν Μασσαλίαν. Εὔξενος δὲ ὁ Φωκαεὺς Νάνῳ τῷ βασιλεῖ (τοῦτο δ᾽ ἦν αὐτῷ ὄνομα) ἦν ξένος. Ὁ Νάνος ἐπιτελῶν γάμους τῆς θυγατρὸς κατὰ τύχην παραγενόμενον τὸν εὔξενον παρακέκληκεν ἐπὶ τὴν θοίνην. Ὁ δὲ γάμος ἐγίγνετο τόνδε τὸν τρόπον· ἔδει μετὰ τὸ δεῖπνον εἰσελθοῦσαν τὴν παῖδα φιάλην κεκερασμένην ὦ βούλοιτο δοῦναι τῶν παρόντων μνηστήρων· ᾧ δὲ δοίη , τοῦτον εἶναι νυμφίον. Ἡ δὲ παῖς εἰσελθοῦσα δίδωσιν εἴτε ἀπὸ τύχης εἴτε καὶ δι' ἄλλην τινὰ αἰτίαν τῷ Εὐξένῳ· ὄνομα δ᾽ ἦν τῇ παιδί Πέττα. Τούτου δὲ συμπεσόντος καὶ τοῦ πατρὸς ἀξιοῦντος ὡς κατὰ θεὸν γενομένης τῆς δόσεως ἔχειν αὐτήν, ἔλαβεν ὁ Εὔξενος γυναῖκα καὶ  συνῴκει  μεταθέμενος τοῦνομα Άριστοξένην. Καὶ ἔστι γένος ἐν Μασσαλίᾳ ἀπὸ τῆς ἀνθρώπου μέχρι νῦν Πρωτιάδαι καλούμενον · Πρῶτις γὰρ ἐγένετο υἱὸς Εὐξένου καὶ τῆς Ἀριστοξένης. Traduzione: I Focesi, che si dedicavano al commercio in Ionia, fondarono Marsiglia.  Un certo focese, Eusseno, era ospitale (in rapporti di ospitalit...

Platone e il mito della caverna oggi

 Lo schiavo nella caverna “[…] quale mai sarebbe la loro liberazione dalle catene e la loro guarigione dall’ignoranza; rifletti a quello che accadrebbe se questa si verificasse realmente, qualora uno di questi fosse sciolto e obbligato, all’improvviso, a drizzarsi, a girare la testa, a camminare e volgere gli occhi verso la luce […] le ombre che vedeva prima gli sembrerebbero più vere degli oggetti che ora gli si indicano”.  Riflettiamo un po'... Il celebre Mito della Caverna di Platone racconta di uomini incatenati fin dalla nascita in una grotta, costretti a guardare solo il fondo della caverna, dove vedono ombre proiettate da oggetti che non possono vedere direttamente. Per loro, quelle ombre sono la realtà. Già questa immagine basterebbe per farci riflettere, ma Platone aggiunge un dettaglio importante: non è lo schiavo a liberarsi da solo. È qualcun altro, già “illuminato”, che lo scioglie e lo costringe a voltarsi verso la luce. Non gli chiede se vuole farlo, non lo prep...

Giacomo Leopardi Alla Luna

 Alla luna (poesia scritta a Recanati nel 1820) O graziosa Luna, io mi rammento che, or volge l’anno, sovra questo colle io venia pien d’angoscia a rimirarti: e tu pendevi allor su quella selva, siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto, che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci il tuo volto apparia, ché travagliosa era mia vita: ed è, né cangia stile, o mia diletta Luna. E pur mi giova la ricordanza, e il noverar l’etate del mio dolore. Oh come grato occorre nel tempo giovanil, quando ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso, il rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che l’affanno duri!

Tito Livio e le donne

Il dibattito sulla lex Oppia del 195 a.C. rivela il rapporto tra genere, potere e controllo sociale nella Roma repubblicana.  La legge, nata in un momento di emergenza, diede avvio a un movimento di protesta femminile e un'accesa disputa politica che svela le paure maschili dell’epoca. La legge, emanata nel 215 a.C. durante la crisi dovuta alla disfatta di Canne, limitava il lusso femminile: divieto di possedere più di mezza oncia d’oro ; divieto di indossare abiti dai colori vivaci ; divieto di usare carrozze in città , tranne che per cerimonie religiose. Era una legge suntuaria, ma anche un provvedimento economico e morale: in tempo di guerra, lo Stato voleva evitare sprechi economici e mantenere un rigore pubblico coerente con la situazione di crisi. Quando la guerra finì e la prosperità tornò, le donne romane non accettarono più quelle restrizioni.  Tito Livio racconta che le Romane: scesero in strada in massa, bloccarono gli accessi al Foro, fermarono i mariti dir...

Sulla verità - Antifonte

 Antifonte (V sec.a.C.), "Sulla Verità " (Fr.44 B,col.2. Diels-Kranz) "Per natura tutti siamo assolutamente uguali" "Quelli che hanno nobili padri noi li rispettiamo e li teniamo in gran conto, mentre per chi è di umili origini non abbiamo né rispetto né alta considerazione. Così facendo, ci comportiamo, gli uni verso gli altri, da veri e propri barbari, dal momento che per natura tutti siamo assolutamente uguali, barbari e Greci. E' sufficiente considerare ciò che per natura è necessario a tutti gli uomini: tutti hanno le stesse possibilità di procurarselo e in tutto questo nessuno di noi può essere definito barbaro o greco. Tutti, infatti, respiriamo l'aria con la bocca e con le narici e tutti quanti mangiamo con le mani...". Questo frammento papiraceo (Pap.Oxyr.XI n.1364 ed Hunt) edito nel 1915 e purtroppo leggibile solamente nella seconda parte (Col.2), ci consente di confrontarci (pur con tutte le indispensabili precauzioni) con un particolare...