Il personaggio di Medea
Medea: è meglio combattere che partorire
λέγουσι δ' ἡμᾶς ὡς ἀκίνδυνον βίον
ζῶμεν κατ' οἴκους, οἱ δὲ μάρνανται δορί,
250κακῶς φρονοῦντες· ὡς τρὶς ἂν παρ' ἀσπίδα
στῆναι θέλοιμ' ἂν μᾶλλον ἢ τεκεῖν ἅπαξ.
Dicono che noi viviamo in casa una vita priva di pericoli ,essi invece lottano con la lancia ,mal ragionando ,perchè vorrei stare tre volte presso uno scudo piuttosto che partorire una sola volta.
Dalla Medea di Euripide, 248-251
Saggia, perciò malvista…
Σοφή γαρ οΰσα,
τοις μεν ειμ´επίφθονος,
τοις δ´ησυχάια,
τοις δ´θάτερου τρóπου,
τοις δ´αυ προσάντης
Da Euripide, Medea, 303-305
Trad.
Poiché sono saggia
per alcuni sono oggetto d’invidia,
ad altri appaio tranquilla,
ad altri sembro diversa,
ad altri antipatica.
...
Μή μοι γένοιτο λυπρὸς εὐδαίμων βίος μηδ᾽ ὄλβος ὅστις τὴν ἐμὴν κνίζοι φρένα
( Euripide, Medea, 598-599)
Traduzione
“Non mi tocchi mai una vita felice ma dolorosa,
né una prosperità che venga a tormentare la mia mente”.
Spiegazione
Il distico di Euripide si trova in un punto molto importante della Medea, dove la protagonista dichiara con chiarezza di non volere una felicità solo esteriore, che non sia in armonia con la sua interiorità. La frase greca μή μοι γένοιτο (“non sia per me”) non è una semplice affermazione, ma un vero e proprio voto: Medea formula un desiderio al contrario, cioè augura a se stessa di non avere quel tipo di felicità, come scelta profonda e consapevole di vita.
L’espressione λυπρὸς εὐδαίμων βίος (“vita felice ma dolorosa”) è volutamente paradossale. Il termine εὐδαίμων indica normalmente una vita fortunata e benedetta dagli dèi, ma qui viene contraddetto da λυπρός, che significa “doloroso” o “infelice”. Euripide quindi mette in discussione l’idea, molto diffusa nel mondo greco, che la felicità sia qualcosa di visibile o legato allo status sociale: una vita può sembrare felice dall’esterno ma essere, dentro, piena di sofferenza. Il contrasto tra le due parole è netto e fa emergere tutta la tensione del concetto.
Nel secondo verso compare il termine ὄλβος, che rappresenta la ricchezza e la fortuna materiale. Medea non rifiuta il dolore in sé, ma una felicità esteriore che distrugge la pace interiore. La frase ὅστις τὴν ἐμὴν κνίζοι φρένα (“che irrita la mia mente”) rende l’idea di un disagio continuo: il verbo κνίζω richiama un prurito o un fastidio costante, e riferito alla mente (φρήν) indica un tormento profondo, mentale e morale.
Da un punto di vista umano, Euripide mostra così un’idea di felicità molto interiore e drammatica. Medea valuta la vita non in base alla ricchezza o alla fortuna, ma in base alla pace della mente. Una ricchezza che “infiamma” o “graffia” la coscienza è peggiore della povertà. In questo modo, Euripide anticipa una riflessione ancora oggi moderna: il benessere esteriore non coincide automaticamente con il vero bene.
Sul piano del dramma, queste parole sono anche ironiche e profetiche: Medea rifiuta la felicità che ferisce la coscienza, ma le sue stesse azioni future mostreranno quanto il dolore interiore possa diventare distruttivo. Il passo non è quindi un insegnamento morale, ma il segno di una contraddizione non risolta: il bisogno di restare fedeli a se stessi convive con una mente ferita e incapace di pace.
Infine, nei due versi Euripide racchiude un messaggio di sorprendente attualità: la felicità non dipende dal possesso o dalla ricchezza, ma dal rapporto tra la vita e la coscienza. Una vita “felice” che tormenta l’animo non è una vita che valga la pena di essere vissuta.
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Testo greco
Καὶ μανθάνω μὲν οἷα δρᾶν μέλλω κακά·
θυμὸς δὲ κρείσσων τῶν ἐμῶν βουλευμάτων,
ὅσπερ μεγίστων αἴτιος κακῶν βροτοῖς.
Trad.
Comprendo quanto sia grande il male che sto per compiere;
ma più forte della mia ragione sono le passioni,
che sono causa dei mali più grandi per i mortali.
(Euripide, Medea, vv. 1078-1080)
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