Seneca, Lettere, XXIV, 6-8 passim Seneca così descrive la morte di Catone l’Uticense. Il brano fu utilizzato alla Maturità classica del 1964, II sessione. Quidni ego narrem Catonem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, utcumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit ne cui Catonem aut occidere liceret aut servare contingeret; et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat: “Nihil” inquit “egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum.” Inpressit deinde mortiferum corpori vulnus. E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte Catone leggeva un libro di Platone con la ...
A Troia c’era un uomo che aveva capito tutto. Aveva intuito l’inganno dei Greci, lo aveva detto ad alta voce e aveva cercato di fermarlo. Proprio per questo, però, fu ucciso insieme ai suoi due figli davanti a tutti. E, paradossalmente, la sua morte convinse i troiani che lui si sbagliava. Secondo Virgilio, Laocoonte era un sacerdote troiano. Viveva nella città assediata da dieci anni, aveva una famiglia ed era capace di interpretare i segni degli dèi. Un giorno i Greci sembrano spariti: il loro accampamento è vuoto e sulla spiaggia c’è solo un enorme cavallo di legno. I troiani escono dalle mura, lo osservano e pensano che sia un dono lasciato dai nemici in fuga. Qualcuno propone di portarlo dentro la città come simbolo di vittoria. Laocoonte arriva e capisce subito il pericolo: un nemico che ha sempre ingannato non può lasciare un dono. Avverte tutti e dice la famosa frase: “Temo i Greci, anche quando portano doni”. Poi lancia una lancia contro il cavallo: il legno suona v...