Μή μηι θάνατόν γε παραύδα, φαίδιμ'Ὀδυσσεῦ/ βουλοίμην κ' ἐπάρουρος ἐὼν θητευέμεν ἄλλωι/ ἀνδρὶ παρ' ἀκλήρωι, ὧι μὴ βίοτος πολὺς εἴη/ ἢ πᾶσιν νεκύεσσι καταφθιμένοισιν ἀνάσσειν. (Odissea, Libro XI) Traduzione di Ippolito Pindemonte O no, non consolarmi della Morte, inclito Ulisse! Ché vorrei servir come bifolco per mercede a un altro, a un pover'uomo che scarso avesse il vitto, piuttosto che regnar su tutti i morti che la Morte consunse! Traduzione in italiano moderno: «No, non cercare di consolarmi della morte, illustre Ulisse! Preferirei lavorare come bracciante per qualcun altro, anche per un uomo povero che ha poco da mangiare, piuttosto che regnare su tutti i morti consumati dalla morte».
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili, 1972