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L'attualità di Tucidide

κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται  (“La guerra del Peloponneso” I, 22). «[La mia opera] è stata composta come un possesso per l'eternità, piuttosto che come un pezzo di bravura da ascoltare sul momento». [...] ὡς τυραννίδα γὰρ ἤδη ἔχετε αὐτήν, ἣν λαβεῖν μὲν ἄδικον δοκεῖ εἶναι, ἀφεῖναι δὲ ἐπικίνδυνον.  (II, 63, 1-2) [...] infatti, possedete ormai l'impero come una tirannide, che da un lato si ritiene ingiusto aver conquistato, ma che d'altro lato sembra pericoloso abbandonare. Tucidide, Le Storie, a cura di Guido Tonini, UTET, 2014
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Leopardi: Il Risorgimento

 Chi dalla grave, immemore Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me? Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è? Siete pur voi quell’unica Luce de’ giorni miei? Gli affetti ch’io perdei Nella novella età? Se al ciel, s’ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà. Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere  Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar? Leopardi, Il Risorgimento

Scipione piange davanti alle rovine di Cartagine

 Il pianto di Scipione davanti alle rovine di Cartagine Polibio, Storie, XXXIX, 6 La Risposta che Scipione il distruttore di Cartagine, nel 146 a.C., a giustificazione del suo pianto davanti alle rovine della città nemica. Scipione vedendo ridotta ormai all'estrema rovina la città di Cartagine, pianse apertamente, si dice, per i nemici.  A lungo egli rimase meditabondo, considerando come la sorte di città, popoli, domini, vari come il destino degli uomini: ciò era accaduto ad Ilio, città una volta potente, era accaduto ai regni degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che erano stati grandissimi ai loro tempi, e recentemente al regno macedone.  Infine sia volontariamente, sia che tali parole gli siano sfuggite, esclamò:  «Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada»¹.  Polibio che gli era stato maestro e gli poteva parlare liberamente, gli chiese che cosa egli volesse significare con queste parole e allora Scipione senza reticenza nomi...

Ovidio Metamorfosi Filemone e Bauci

 Filemone e Bauci (Ovidio, Metamorfosi, VIII, 618-724) Immensa davvero e senza fine è la potenza del cielo e tutto quello che vogliono gli dei sempre si compie. E perché tu non dubiti, c'è ancora sui colli della Frigia una quercia con accanto un tiglio e attorno un muretto: io stesso l'ho visto coi miei occhi quando Pitteo mi mandò nei campi che furono un tempo di suo padre Pelope. Non lontano da lì c'è uno stagno, un tempo terra abitabile, ma ora pieno di smerghi e di folaghe palustri. Qui venne Giove, con aspetto umano, e con lui venne Mercurio col suo caduceo, ma senza le sue ali. A mille porte bussarono, chiedendo dove poter un poco riposare, ma mille porte si chiusero. Una casa soltanto li accolse, piccola e con un tetto di paglia e di canne palustri. Era la casa di Bauci, pia vecchietta, e di Filemone, della stessa età, e in quella casa erano vissuti insieme ed erano invecchiati, alleviando la loro povertà senza mai nasconderla e vivendola sempre con serenità. Inutile...

L'ospitalità: Valore sacro per i greci

  " Ξεῖν᾽, οὔ μοι θέμις ἔστ᾽, οὐδ᾽ εἰ κακίων σέθεν ἔλθοι,    ξεῖνον ἀτιμῆσαι· πρὸς γὰρ Διός εἰσιν ἅπαντες   ξεῖνοί τε πτωχοί τε." “Straniero, non è mio costume offendere un ospite neppure se arriva uno da meno di te: infatti, sia gli ospiti sia i poveri vengono tutti da Zeus.”    Odissea , XIV, 56-58

Detti degli Spartani

 «Allora combatteremo all'ombra». Risposta dello spartano Dienece, secondo Erodoto, o di Leonida, secondo Plutarco, quando, prima della battaglia delle Termopili (480 a.C.), gli fu detto gli arcieri persiani scagliavano così tante frecce da oscurare il sole.