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Cicerone contro la lussuria

 Marco Tullio CICERONE ci ha lasciato un severo monito antilussurioso: nihil autem magis cavendum est senectuti quam ne languori se desidiaeque dedat; luxuria vero cum omni aetate turpis, tum senectuti foedissima est.
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Cicerone e le sue massime

 CICERO: Tusc. Disp. Si omnia fugiendae turpitudinis et adpiscendae honestatis causa faciemus,... etiam fulmina fortunae contemnamus licebit. Se faremo di tutto (lett.: tutte le cose) per evitare l’abiezione e conseguire l’onestà, sarà lecito sfidare anche gli strali della sorte.

La morte Senza consolazione di Achille

 Μή μηι θάνατόν γε παραύδα, φαίδιμ'Ὀδυσσεῦ/ βουλοίμην κ' ἐπάρουρος ἐὼν θητευέμεν ἄλλωι/ ἀνδρὶ παρ' ἀκλήρωι, ὧι μὴ βίοτος πολὺς εἴη/ ἢ πᾶσιν νεκύεσσι καταφθιμένοισιν ἀνάσσειν. (Odissea, Libro XI) Traduzione di Ippolito Pindemonte O no, non consolarmi della Morte, inclito Ulisse! Ché vorrei servir come bifolco per mercede a un altro, a un pover'uomo che scarso avesse il vitto, piuttosto che regnar su tutti i morti che la Morte consunse!    Traduzione in italiano moderno: «No, non cercare di consolarmi della morte, illustre Ulisse! Preferirei lavorare come bracciante per qualcun altro, anche per un uomo povero che ha poco da mangiare, piuttosto che regnare su tutti i morti consumati dalla morte».

Calvino

 L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

La morte di Catone

 Seneca, Lettere, XXIV, 6-8 passim  Seneca così descrive la morte di Catone l’Uticense. Il brano fu utilizzato alla Maturità classica del 1964, II sessione. Quidni ego narrem Catonem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, utcumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit ne cui Catonem aut occidere liceret aut servare contingeret; et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat: “Nihil” inquit “egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum.” Inpressit deinde mortiferum corpori vulnus. E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte Catone leggeva un libro di Platone con la ...

Laocoonte

A Troia c’era un uomo che aveva capito tutto. Aveva intuito l’inganno dei Greci, lo aveva detto ad alta voce e aveva cercato di fermarlo. Proprio per questo, però, fu ucciso insieme ai suoi due figli davanti a tutti. E, paradossalmente, la sua morte convinse i troiani che lui si sbagliava. Secondo Virgilio, Laocoonte era un sacerdote troiano. Viveva nella città assediata da dieci anni, aveva una famiglia ed era capace di interpretare i segni degli dèi. Un giorno i Greci sembrano spariti: il loro accampamento è vuoto e sulla spiaggia c’è solo un enorme cavallo di legno. I troiani escono dalle mura, lo osservano e pensano che sia un dono lasciato dai nemici in fuga. Qualcuno propone di portarlo dentro la città come simbolo di vittoria. Laocoonte arriva e capisce subito il pericolo: un nemico che ha sempre ingannato non può lasciare un dono. Avverte tutti e dice la famosa frase:  “Temo i Greci, anche quando portano doni”.  Poi lancia una lancia contro il cavallo: il legno suona v...

Aut cum scudo, aut in scudo

Aut cum scudo, aut in scudo.  Questo proverbio latino è una traduzione diretta dell'antica frase greca  Ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς  (E tan e epì tas).  Secondo lo storico Plutarco, questo era il consiglio d'addio che le madri spartane davano ai loro figli prima di consegnare loro i pesanti scudi e partire per la guerra.  Il pesante e ingombrante hoplon (scudo) era vitale per la falange greca. Un guerriero lasciava cadere lo scudo solo se terrorizzato e in fuga dal campo di battaglia.  I guerrieri morti venivano riportati a casa dal campo di battaglia sdraiati sul proprio scudo. Lasciare cadere lo scudo significava codardia, perdita d'onore e pericolo per lo schieramento.  Tornare senza di esso era la massima umiliazione, mentre morire in battaglia – e tornare "su" di esso – garantiva rispetto eterno.  Oggi, la frase funge da metafora per una mentalità del tipo "o la va o la spacca" o "non si ritira".  Simboleggia un impegno incrollabile, un coraggio str...