Cesare, De bello Gallico I, 33

 [1] His rebus cognitis Caesar Gallorum animos verbis confirmavit pollicitusque est sibi eam rem curae futuram; magnam se habere spem et beneficio suo et auctoritate adductum Ariovistum finem iniuriis facturum. Hac oratione habita, concilium dimisit. 

[2] Et secundum ea multae res eum hortabantur quare sibi eam rem cogitandam et suscipiendam putaret, in primis quod Haeduos, fratres consanguineosque saepe numero a senatu appellatos, in servitute atque dicione videbat Germanorum teneri eorumque obsides esse apud Ariovistum ac Sequanos intellegebat; quod in tanto imperio populi Romani turpissimum sibi et rei publicae esse arbitrabatur. 

[3] Paulatim autem Germanos consuescere Rhenum transire et in Galliam magnam eorum multitudinem venire populo Romano periculosum videbat, 

[4] neque sibi homines feros ac barbaros temperaturos existimabat quin, cum omnem Galliam occupavissent, ut ante Cimbri Teutonique fecissent, in provinciam exirent atque inde in Italiam contenderent, praesertim cum Sequanos a provincia nostra Rhodanus divideret; quibus rebus quam maturrime occurrendum putabat.

[5] Ipse autem Ariovistus tantos sibi spiritus, tantam arrogantiam sumpserat, ut ferendus non videretur.


Traduzione in italiano 

 [1] Conosciuti questi fatti, Cesare con le parole incoraggiò gli animi dei Galli e promise che avrebbe avuto a cuore la cosa: aveva grande speranza che Ariovisto, indotto dai benefici suoi e dalla sua autorità, avrebbe posto fine alle ingiustizie. Tenuto questo discorso, sciolse l'assemblea. 

[2] E, oltre a ciò, molte cose lo esortavano, per cui riteneva di dover pensare e intraprendere tale azione, in primis poiché vedeva che gli Edui, spesso appellati dal senato come fratelli e consanguinei, erano nella schiavitù e nella sudditanza dei Germani; e sapeva che dei loro (degli Edui) ostaggi stavano presso Ariovisto e presso i Sequani; pensava che, in un così grande potere del popolo romano, tale fatto fosse di grandissima vergogna per lui e per lo Stato. 

[3] Vedeva poi cosa pericolosa per il popolo romano (il fatto) che i Germani avevano l'abitudine di oltrepassare il Reno e una gran moltitudine di loro (aveva l'abitudine) di entrare in Gallia.

[4] E riteneva che, uomini violenti e selvaggi, una volta occupata tutta la Gallia, come prima avevano fatto i Cimbri e i Teutoni, non si sarebbero astenuti dall’invadere la provincia e di lì dirigersi verso l’Italia, soprattutto dato che il Rodano divide i Sequani dalla nostra provincia; e stimava di dover affrontare tali cose il più presto possibile.

 [5] Ariovisto stesso poi aveva assunto tanto orgoglio, tanta arroganza, da sembrare non tollerabile.


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