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Omero: due città

 - Ἐν δὲ δύω ποίησε πόλεις μερόπων ἀνθρώπων

καλάς. ἐν τῇ μέν ῥα γάμοι τ' ἔσαν εἰλαπίναι τε,

νύμφας δ' ἐκ θαλάμων δαΐδων ὕπο λαμπομενάων

ἠγίνεον ἀνὰ ἄστυ, πολὺς δ' ὑμέναιος ὀρώρει·

κοῦροι δ' ὀρχηστῆρες ἐδίνεον, ἐν δ' ἄρα τοῖσιν

αὐλοὶ φόρμιγγές τε βοὴν ἔχον· αἳ δὲ γυναῖκες

ἱστάμεναι θαύμαζον ἐπὶ προθύροισιν ἑκάστη.

λαοὶ δ' εἰν ἀγορῇ ἔσαν ἀθρόοι· ἔνθα δὲ νεῖκος

ὠρώρει, δύο δ' ἄνδρες ἐνείκεον εἵνεκα ποινῆς

ἀνδρὸς ἀποφθιμένου· ὃ μὲν εὔχετο πάντ' ἀποδοῦναι

δήμῳ πιφαύσκων, ὃ δ' ἀναίνετο μηδὲν ἑλέσθαι·

ἄμφω δ' ἱέσθην ἐπὶ ἴστορι πεῖραρ ἑλέσθαι.

λαοὶ δ' ἀμφοτέροισιν ἐπήπυον ἀμφὶς ἀρωγοί·

κήρυκες δ' ἄρα λαὸν ἐρήτυον· οἳ δὲ γέροντες

εἵατ' ἐπὶ ξεστοῖσι λίθοις ἱερῷ ἐνὶ κύκλῳ,

σκῆπτρα δὲ κηρύκων ἐν χέρσ' ἔχον ἠεροφώνων·

τοῖσιν ἔπειτ' ἤϊσσον, ἀμοιβηδὶς δὲ δίκαζον.

κεῖτο δ' ἄρ' ἐν μέσσοισι δύω χρυσοῖο τάλαντα,

τῷ δόμεν ὃς μετὰ τοῖσι δίκην ἰθύντατα εἴποι.

- Τὴν δ' ἑτέρην πόλιν ἀμφὶ δύω στρατοὶ ἥατο λαῶν

τεύχεσι λαμπόμενοι [...]


Dentro vi fece anche due città delle genti mortali,

splendide. Si celebravano in una festini di nozze,

si conducevano per la città, sotto fiaccole accese,

fuori dai talami, spose, e lungo imeneo si levava;

e piroettavano giovani esperti di danza e fra loro

musica i flauti e le cetre mandavano, mentre le donne,

per ammirarli, ciascuna alla propria porta era sorta.

Nell'adunanza era accolto il popolo; allora nasceva

una contesa: fra loro due uomini avevano lite,

per il compenso di un morto e vantava uno: 'tutto ho già reso'

e si appellava alla gente, e negò l'altro: 'nulla ho ottenuto';

erano andati dal giudice entrambi, a ottenere sentenza.

E favorì l'uno e l'altro, il popolo, doppio partito,

mentre quietavano araldi la folla e frattanto gli anziani

stavano in circolo sacro, su seggi di pietra polita,

tennero in pugno gli scettri di araldi di voce possente;

poi fra di loro sorgevano e davano in fila il verdetto.

Erano posti a giacere nel mezzo due aurei talenti,

dono per chi, fra di loro, dicesse più retta giustizia.

L'altra città la accerchiavano invece due campi di genti

fulgide nelle armature [...]

Trad. Daniele Ventre

Ed. Ponte alle Grazie 

(2025)

Omero, Iliade, XVIII 490 ss.




Dentro lo scudo il dio modellò anche due città abitate da uomini mortali, splendenti di vita.In una di esse si celebravano nozze e feste: per le strade, alla luce delle torce, gli sposi uscivano dalle loro case e risuonava alto il canto nuziale. Giovani danzatori si muovevano in cerchio con grazia, mentre flauti e cetre accompagnavano la loro danza. Le donne, ammirandoli, guardavano dalla soglia delle proprie abitazioni.Nella piazza del popolo, invece, si era radunata una grande folla: era scoppiata una lite tra due uomini. Disputavano per il risarcimento di un uomo ucciso. Uno affermava di aver già versato tutto il compenso, l’altro sosteneva di non aver ricevuto nulla. Entrambi volevano che il giudice decidesse chi avesse ragione.Il popolo parteggiava per l’uno o per l’altro, diviso in due schiere. I banditori cercavano di calmare la folla, mentre gli anziani sedevano in circolo su seggi di pietra liscia. Ognuno teneva in mano lo scettro, segno della sua autorità, e parlavano a turno per pronunciare il verdetto.Nel mezzo giacevano due talenti d’oro, premio destinato a colui che avrebbe pronunciato la sentenza più giusta.L’altra città, invece, era cinta d’assedio da due eserciti splendenti nelle loro armi.

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