I Tristia di Ovidio
Il nome di Ovidio viene sempre accostato a opere piacevoli e fantasiose, come le Metamorfosi, o a componimenti eleganti e sensuali, come l’Ars amatoria. Tuttavia, l’ultima parte della sua vita – e della sua produzione poetica – fu segnata dalla tristezza e dal dolore dell’esilio. Nell’8 d.C. l’imperatore Augusto lo mandò via da Roma relegandolo a Tomi (oggi Costanza, in Romania), una città sul Mar Nero, nei pressi del delta del Danubio.
Un tempo colonia greca, Tomi faceva ormai parte dell’Impero Romano, ma per i Romani rappresentava un luogo lontano e selvaggio, al confine del mondo conosciuto, abitato da popoli considerati barbari.
Lo stesso Ovidio esprime chiaramente il suo sconforto in un verso dei Tristia (III, 2, 1-2):
“Ergo erat fatis Scythiam quoque vivere nostris” - Tristia, Libro III (2) 1-2
“Era, dunque, scritto nel mio destino vivere anche in Scizia”.
Con “Scizia” egli intende indicare le inospitali regioni abitate da Sciti, Sarmati e Geti, nomadi guerrieri delle steppe dell’Europa orientale. Ma che cosa spinse l'imperatore Augusto a infliggergli una pena tanto dura?
Ovidio stesso ne parla, pur lasciando volutamente il mistero irrisolto:
“Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error” - Tristia, Libro II 207
“Mi hanno ucciso/colpito due colpe: un poema e un errore” (Tristia, II, 207).
Quale fosse il poema e quale l’errore non lo spiega, ma è evidente che l’uno e l’altro dovettero apparire all’imperatore offese o scandali di una certa gravità.
Durante l’esilio, Ovidio scrisse numerose poesie di supplica e malinconia, raccolte nei libri dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto, rivolgendosi prima ad Augusto e poi a Tiberio nella speranza di ottenere il perdono e poter tornare a Roma. Tuttavia, i suoi appelli non vennero mai accolti. Dopo un decennio trascorso in quelle terre remote, il poeta morì in esilio.
Nei Tristia (III, 3, 73-76) Ovidio ci ha lasciato un epitaffio composto da due distici elegiaci, in cui, con commovente semplicità, riassume la sua vita e chiede pietà a chi passerà davanti alla sua tomba:
“Hic ego qui iaceo tenerorum lusor amorum
ingenio perii Naso poeta meo;
at tibi qui transis ne sit grave quisquis amasti
dicere Nasonis molliter ossa cubent.”
Tristia, Libro III (3) 73-76.
“Io che giaccio qui, cantore di teneri amori,
poeta Ovidio, morii a causa del mio ingegno.
E tu che passi, se mai hai amato,
non esitare a augurare dolce riposo
alle ossa di Nasone.”
È interessante che, nella regione della Moesia Inferior, siano state rinvenute tre iscrizioni su pietra, una delle quali proprio a Tomi, che iniziano con le parole:
“Hic ego qui iaceo” (“Io che qui giaccio”),
a conferma di quanto viva fosse la memoria del poeta anche in quei luoghi lontani.
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