Le Baccanti di Euripide
ὁ δαίμων ὁ Διὸς παῖς
χαίρει μὲν θαλίαισιν,
φιλεῖ δʼ ὀλβοδότειραν Εἰ-
ρήναν, κουροτρόφον θεάν.
ἴσαν δʼ ἔς τε τὸν ὄλβιον
τόν τε χείρονα δῶκʼ ἔχειν
οἴνου τέρψιν ἄλυπον·
μισεῖ δʼ ᾧ μὴ ταῦτα μέλει,
κατὰ φάος νύκτας τε φίλας
εὐαίωνα διαζῆν,
σοφὰν δʼ ἀπέχειν πραπίδα φρένα τε
περισσῶν παρὰ φωτῶν·
τὸ πλῆθος ὅτι
τὸ φαυλότερον ἐνόμισε χρῆ-
ταί τε, τόδʼ ἂν δεχοίμαν.
(BACCHAE 417-432, Euripide)
Traduzione di Ettore Romagnoli:
Dïòniso, figliuol di Giove, allegrasi
nel tripudio, e la Pace ama, che agli uomini
vita felice e pargoli
largisce; e in dono al misero
offre, non meno che al beato, il gaudio
del vino, dove ogni dolore annegasi.
E odia quei che spregiano
in esultanza consumare i fulgidi
giorni e le notti amabili.
Ma saggia cosa è l'intelletto e l'anima
lunge tener dagli uomini
che presumono troppo. Io ciò che i semplici
credono, e se ne giovano,
tôrre voglio ad esempio.
Questa è la conclusione del I Stasimo, in cui il Coro delle Menadi inneggia a una vita serena, lontana dall'arroganza dei potenti, da chi insegue destini troppo alti per una vita troppo breve, privandosi di godere del presente.
"Non è sapienza avere pensieri superiori all'umano" (vv. 395-396)
sono i versi a cui si riallaccia la conclusione del canto:
"Voglio accettare quello che la gente semplice crede".
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