Platone e il mito della caverna oggi

 Lo schiavo nella caverna

“[…] quale mai sarebbe la loro liberazione dalle catene e la loro guarigione dall’ignoranza; rifletti a quello che accadrebbe se questa si verificasse realmente, qualora uno di questi fosse sciolto e obbligato, all’improvviso, a drizzarsi, a girare la testa, a camminare e volgere gli occhi verso la luce […] le ombre che vedeva prima gli sembrerebbero più vere degli oggetti che ora gli si indicano”. 


Riflettiamo un po'...

Il celebre Mito della Caverna di Platone racconta di uomini incatenati fin dalla nascita in una grotta, costretti a guardare solo il fondo della caverna, dove vedono ombre proiettate da oggetti che non possono vedere direttamente. Per loro, quelle ombre sono la realtà.


Già questa immagine basterebbe per farci riflettere, ma Platone aggiunge un dettaglio importante: non è lo schiavo a liberarsi da solo. È qualcun altro, già “illuminato”, che lo scioglie e lo costringe a voltarsi verso la luce. Non gli chiede se vuole farlo, non lo prepara: lo obbliga.


Questa scelta non è casuale. Platone, aristocratico e convinto che pochi sapessero davvero cosa fosse il bene, non immaginava che un semplice uomo potesse liberarsi da solo. Eppure filosofi come Eraclito e Parmenide, senza maestri e senza scuole, avevano già trovato da soli una via verso la conoscenza, anche se in direzioni opposte: il primo verso il cambiamento continuo, il secondo verso l’essere immutabile.


Da qui nasce una domanda cruciale:

se qualcuno decide per noi dove guardare, siamo davvero liberi?  

Cambiare direzione allo sguardo non significa necessariamente liberarci: può voler dire solo sostituire un tipo di catena con un’altra.



La caverna oggi: lo schermo del cellulare

Se usiamo l’allegoria platonica per leggere il presente, la caverna potrebbe essere il mondo digitale, e le nuove catene potrebbero essere i nostri cellulari.


Non ci costringe nessuno: siamo noi stessi a tenerli in mano, a guardarli continuamente, convinti che sia libertà. Ma proprio questa “libertà” ci rende complici della nostra dipendenza.


Baudrillard parlerebbe di simulacri: immagini e video che non rappresentano più la realtà, ma la sostituiscono. Le persone vivono attraverso ciò che postano, come se la vita fosse vera solo quando viene condivisa. Il telefono resta sveglio anche quando noi dormiamo, registra, suggerisce, orienta i nostri desideri.


La luce dello schermo non rivela la realtà: la appiattisce. Tutto diventa bidimensionale, immediato, consumabile. E subito dopo, irrilevante. È una forma moderna di nichilismo: tutto appare, nulla resta.



Il problema della liberazione

Le nuove generazioni fanno la fila per comprare l’ultimo modello di “catena”, convinte che possederlo significhi essere libere. In realtà restringono il loro mondo allo spazio tra i loro occhi e lo schermo.


Platone stesso era pessimista: chi prova a liberare gli altri rischia di essere rifiutato o addirittura aggredito. E la sua soluzione – guidare lo sguardo delle persone verso il vero – oggi somiglierebbe a un algoritmo che pretende di sapere cosa è meglio per noi.


Ma anche questo sarebbe un nuovo padrone.

Non si è liberi se qualcun altro decide cosa dobbiamo vedere.  

Scegliere un nuovo “dio” non ci rende autonomi: ci rende solo fedeli, e spesso fanatici.



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