Seneca: Epistolae ad Lucilium
SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
Putas me tibi scripturum quam humane nobiscum hiemps egerit, quae et remissa fuit et brevis, quam malignum ver sit, quam praeposterum frigus, et alias ineptias verba quaerentium? Ego vero aliquid quod et mihi et tibi prodesse possit scribam. Quid autem id erit nisi ut te exhorter ad bonam mentem? Huius fundamentum quod sit quaeris? Ne gaudeas vanis. Fundamentum hoc esse dixi: culmen est. Ad summa pervēnit qui scit quo gaudeat, qui felicitatem suam in aliena potestate non posuit; sollicitus est et incertus sui quem spes aliqua proritat, licet ad manum sit, licet non ex difficili petatur, licet numquam illum sperata deceperint. Hoc ante omnia fac, mi Lucili: disce gaudere. Existimas nunc me detrahere tibi multas voluptates qui fortuita summoveo, qui spes, dulcissima oblectamenta, devitandas existimo? Immo contra nolo tibi umquam deesse laetitiam. Volo illam tibi domi nasci: nascitur si modo intra te ipsum fit. Ceterae hilaritates non implent pectus; frontem remittunt, leves sunt, nisi forte tu iudicas eum gaudere qui ridet: animus esse debet alacer et fidens et supra omnia erectus. Mihi crede, verum gaudium res severa est. An tu existimas quemquam soluto vultu et, ut isti delicati loquuntur, hilariculo mortem contemnere, paupertati domum aperire, voluptates tenere sub freno, meditari dolorum patientiam? Haec qui apud se versat in magno gaudio est, sed parum blando. In huius gaudii possessione esse te volo: numquam deficiet, cum semel unde petatur inveneris. Levium metallorum fructus in summo est: illa opulentissima sunt quorum in alto latet vena adsidue plenius responsura fodienti. Haec quibus delectatur vulgus tenuem habent ac perfusoriam voluptatem, et quodcumque invecticium gaudium est fundamento caret: hoc de quo loquor, ad quod te conor perducere, solidum est et quod plus pateat introrsus. Fac, oro te, Lucili carissime, quod unum potest praestare felicem: dissice et conculca ista quae extrinsecus splendent, quae tibi promittuntur ab alio vel ex alio; ad verum bonum specta et de tuo gaude. Quid est autem hoc "de tuo"? te ipso et tui optima parte. Corpusculum quoque, etiam si nihil fieri sine illo potest, magis necessariam rem crede quam magnam; vanas suggerit voluptates, breves, paenitendas ac, nisi magna moderatione temperentur, in contrarium abituras. Ita dico: in praecipiti voluptas stat, ad dolorem vergit nisi modum tenuit; modum autem tenere in eo difficile est quod bonum esse credideris: veri boni aviditas tuta est. Quod sit istud interrogas, aut unde subeat? Dicam: ex bonā conscientiā, ex honestis consiliis, ex rectis actionibus, ex contemptu fortuitorum, ex placido vitae et continuo tenore unam prementis viam. Nam illi qui ex aliis propositis in alia transiliunt aut ne transiliunt quidem sed casu quodam transmittuntur, quomodo habere quicquam certum mansurumve possunt suspensi et vagi? Pauci sunt qui consilio se suaque disponant: ceteri, eorum more quae fluminibus innatant, non eunt sed feruntur; ex quibus aliă lenior undă detinuit ac mollius vexit, aliă vehementior rapuit, aliă proximă ripae cursu languescente deposuit, aliă torrens impetus in mare eiecit. Ideo constituendum est quid velimus et in eo perseverandum.
Hic est locus solvendi aeris alieni. Possum enim tibi vocem Epicuri tui reddere et hanc epistulam liberare: "molestum est semper vitam inchoare"; aut si hoc modo magis sensus potest exprimi, "male vivunt qui semper vivere incipiunt". "Quare?" inquis; desiderat enim explanationem ista vox. Quia semper illis inperfecta vita est; non potest autem stare paratus ad mortem qui modo incipit vivere. Id agendum est: ut satis vixerimus. Nemo hoc praestat qui orditur cum maxime vitam. Non est quod existimes paucos esse hos: propemodum omnes sunt. Quidam vero tunc incipiunt cum desinendum est. Si hoc iudicas mirum, adiciam quod magis admireris: quidam ante vivere desierunt quam inciperent. Vale.
Traduzione
Pensi che io abbia intenzione di scriverti quanto benevolmente si sia comportato con noi l'inverno, che è stato sia mite sia breve, quanto sia inclemente la primavera, quanto fuori stagione il freddo, e altre sciocchezze che richiedono parole? Io invece scriverò qualcosa che possa giovare sia a me sia a te. Che cosa poi sarà ciò se non (il fatto) che io ti esorti ad una buona mente? Chiedi quale sia il fondamento di essa? Che tu non goda di cose vane. Ho detto che questo è il fondamento: è il punto più alto. Alla sommità è giunto chi sa di che cosa possa godere, chi non ha collocato in potere di altri la propria felicità; è preoccupato e insicuro di sè colui che una qualche speranza sospinge, per quanto sia a portata di mano, per quanto non sia perseguita da una posizione difficile, per quanto le speranze non lo abbiano mai deluso. Questo prima di tutto fai, mio Lucilio: impara a godere. Pensi che ora io ti tolga molti piaceri, (io) che allontano i beni fortuiti, io che penso si debbano evitare le speranze, dolcissimi allettamenti? Anzi al contrario non voglio che mai ti manchi la gioia. Voglio che quella ti nasca in casa: nasce se solo si forma dentro te stesso. Le altre forme di allegria non riempiono il cuore; rilassano il volto, sono superficiali, a meno che per caso tu non pensi che goda colui che ride: l'animo deve essere ottimista e fiducioso ed elevato al di sopra di tutte le cose. Credimi, la vera gioia è una cosa seria. O forse tu pensi che qualcuno dal volto rilassato e, come dicono codesti sdolcinati, piuttosto allegro disprezzi la morte, apra la casa alla povertà, tenga sotto il freno i piaceri, concepisca la sopportazione dei dolori? Colui che rimedita presso di sé questi pensieri si trova in una gioia grande, ma poco seducente. Nel possesso di questa gioia voglio che tu sia: mai verrà meno, una volta che tu abbia trovato da dove si raggiunga. Lo sfruttamento dei metalli vili è in superficie: i più preziosi sono quelli la cui vena è nascosta in profondità, destinata a soddisfare sempre più abbondantemente chi scava. Queste cose di cui si diletta il volgo hanno un piacere inconsistente e superficiale, e qualsiasi gioia sia importata manca di fondamenta: questa della quale parlo, alla quale cerco di condurti, è solida e tale da estendersi più verso l'interno. Fai, ti prego, o Lucilio carissimo, ciò che solo può rendere felici: strappa e calpesta codesti beni che risplendono esternamente, che ti vengono promessi da un altro o che provengono da un altro; guarda verso il vero bene e godi del tuo. Che è dunque questo "del tuo"? te stesso e la migliore parte di te. Anche il misero corpo, benché senza di quello non si possa fare nulla, ritienilo una cosa più necessaria che importante; fornisce piaceri vani, brevi, di cui ci dobbiamo pentire e, se non sono temperati da una grande moderazione, destinati ad andarsene nella situazione opposta. Così intendo dire: il piacere sta in posizione pericolosa, si trasforma in dolore se non ha mantenuto la misura; d'altra parte è difficile mantenere la misura in ciò che crederesti essere un bene: l'avidità del vero bene è senza pericolo. Chiedi quale sia questo o da dove giunga? Lo dirò: dalla buona coscienza, dalle decisioni oneste, dalle azioni rette, dal disprezzo dei beni fortuiti, da una condotta di vita serena e costante di chi percorre un'unica via. Infatti coloro che da alcuni propositi passano ad altri o neppure passano, ma vengono trasportati da un qualche caso, come possono, incerti e vaganti, avere qualcosa di certo o duraturo? Pochi sono coloro che organizzano sé e le proprie cose a ragion veduta: i rimanenti, al modo di quelle cose che galleggiano nei fiumi, non vanno ma sono trasportati; di queste cose alcune una corrente più lenta trattiene e sospinge più dolcemente, altre un'onda più violenta trascina via, altre, indebolendosi la corrente, depone vicino alla riva, altre l'impeto vorticoso getta in mare. Quindi bisogna stabilire che cosa vogliamo e in quello perseverare.
Questo è il momento di pagare il debito. Posso infatti riferirti una frase del tuo Epicuro e licenziare questa lettera: "è seccante incominciare sempre la vita"; o se si può esprimere di più il significato in questo modo: "vivono male coloro che incominciano sempre a vivere". "Perché?" dici; codesta frase richiede infatti una spiegazione. Perché la vita per loro è sempre incompiuta; d'altra parte non può stare in piedi preparato davanti alla morte colui che incomincia adesso a vivere. Questo bisogna fare: che abbiamo vissuto abbastanza. Nessuno che proprio allora organizza la propria esistenza ottiene questo. Non c'è motivo per cui tu pensi che questi siano pochi: quasi quasi sono tutti. Alcuni poi iniziano proprio quando bisogna finire. Se consideri strano questo, aggiungerò una cosa di cui potresti meravigliarti di più: alcuni hanno smesso di vivere prima di incominciare. Stammi bene.
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