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La morte Senza consolazione di Achille

 Μή μηι θάνατόν γε παραύδα, φαίδιμ'Ὀδυσσεῦ/ βουλοίμην κ' ἐπάρουρος ἐὼν θητευέμεν ἄλλωι/ ἀνδρὶ παρ' ἀκλήρωι, ὧι μὴ βίοτος πολὺς εἴη/ ἢ πᾶσιν νεκύεσσι καταφθιμένοισιν ἀνάσσειν. (Odissea, Libro XI) Traduzione di Ippolito Pindemonte O no, non consolarmi della Morte, inclito Ulisse! Ché vorrei servir come bifolco per mercede a un altro, a un pover'uomo che scarso avesse il vitto, piuttosto che regnar su tutti i morti che la Morte consunse!    Traduzione in italiano moderno: «No, non cercare di consolarmi della morte, illustre Ulisse! Preferirei lavorare come bracciante per qualcun altro, anche per un uomo povero che ha poco da mangiare, piuttosto che regnare su tutti i morti consumati dalla morte».

Calvino

 L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

La morte di Catone

 Seneca, Lettere, XXIV, 6-8 passim  Seneca così descrive la morte di Catone l’Uticense. Il brano fu utilizzato alla Maturità classica del 1964, II sessione. Quidni ego narrem Catonem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, utcumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit ne cui Catonem aut occidere liceret aut servare contingeret; et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat: “Nihil” inquit “egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum.” Inpressit deinde mortiferum corpori vulnus. E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte Catone leggeva un libro di Platone con la ...

Laocoonte

A Troia c’era un uomo che aveva capito tutto. Aveva intuito l’inganno dei Greci, lo aveva detto ad alta voce e aveva cercato di fermarlo. Proprio per questo, però, fu ucciso insieme ai suoi due figli davanti a tutti. E, paradossalmente, la sua morte convinse i troiani che lui si sbagliava. Secondo Virgilio, Laocoonte era un sacerdote troiano. Viveva nella città assediata da dieci anni, aveva una famiglia ed era capace di interpretare i segni degli dèi. Un giorno i Greci sembrano spariti: il loro accampamento è vuoto e sulla spiaggia c’è solo un enorme cavallo di legno. I troiani escono dalle mura, lo osservano e pensano che sia un dono lasciato dai nemici in fuga. Qualcuno propone di portarlo dentro la città come simbolo di vittoria. Laocoonte arriva e capisce subito il pericolo: un nemico che ha sempre ingannato non può lasciare un dono. Avverte tutti e dice la famosa frase:  “Temo i Greci, anche quando portano doni”.  Poi lancia una lancia contro il cavallo: il legno suona v...

Aut cum scudo, aut in scudo

Aut cum scudo, aut in scudo.  Questo proverbio latino è una traduzione diretta dell'antica frase greca  Ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς  (E tan e epì tas).  Secondo lo storico Plutarco, questo era il consiglio d'addio che le madri spartane davano ai loro figli prima di consegnare loro i pesanti scudi e partire per la guerra.  Il pesante e ingombrante hoplon (scudo) era vitale per la falange greca. Un guerriero lasciava cadere lo scudo solo se terrorizzato e in fuga dal campo di battaglia.  I guerrieri morti venivano riportati a casa dal campo di battaglia sdraiati sul proprio scudo. Lasciare cadere lo scudo significava codardia, perdita d'onore e pericolo per lo schieramento.  Tornare senza di esso era la massima umiliazione, mentre morire in battaglia – e tornare "su" di esso – garantiva rispetto eterno.  Oggi, la frase funge da metafora per una mentalità del tipo "o la va o la spacca" o "non si ritira".  Simboleggia un impegno incrollabile, un coraggio str...

NON TANTUM CORPORI SED ETIAM MORIBUS SALUBREM LOCUM ELIGERE DEBEMUS

 NON TANTUM CORPORI SED ETIAM MORIBUS SALUBREM LOCUM ELIGERE DEBEMUS Sen.Ep. Luc. L V Ep 51 Trad.:  non solo per il corpo, ma anche per i costumi dobbiamo scagliere un luogo salutare.  Testo latino - Seneca, Epistulae ad Lucilium, Epistola 51, 3-5 Seneca dà consigli anche su dove si deve andare in vacanza. È bene scegliere luoghi che non presentino spettacoli immorali, ma aiutino lo spirito nella sua crescita.  . [3] Itaque de secessu cogitans numquam Canopum eliget, quamvis neminem Canopus esse frugi vetet, ne Baias quidem: deversorium vitiorum esse coeperunt. Illic sibi plurimum luxuria permittit, illic, tamquam aliqua licentia debeatur loco, magis solvitur.  [4] Non tantum corpori sed etiam moribus salubrem locum eligere debemus; quemadmodum inter tortores habitare nolim, sic ne inter popinas quidem. Videre ebrios per litora errantes et comessationes navigantium et symphoniarum cantibus strepentes lacus et alia quae velut soluta legibus luxuria non tantum pe...

Il processo a Socrate

Testo greco   "Οὐκοῦν, εἰπεῖν τὸν Σωκράτην, θαυμαστὸν καὶ τοῦτό σοι δοκεῖ εἶναι, τὸ ἐν μὲν ταῖς ἄλλαις πράξεσι μὴ μόνον ἰσομοιρίας τυγχάνειν τοὺς κρατίστους, ἀλλὰ καὶ προτετιμῆσθαι, ἐμὲ δέ, ⟨ὅτι⟩ περὶ τοῦ μεγίστου ἀγαθοῦ ἀνθρώποις περὶ παιδείας, βέλτιστος εἶναι ὑπό τινων προκρίνομαι, τούτου ἕνεκα θανάτου ὑπὸ σοῦ διώκεσθαι;"    (Senofonte -  Apologia di Socrate, 21) Traduzione in italiano  «Ebbene», replicò Socrate, «non vi sembra incredibile che, mentre in altri campi coloro che eccellono non solo ricevono un trattamento equo, ma addirittura un onore speciale, io, poiché alcuni mi giudicano eccellente in quella che è la più grande benedizione dell'uomo – l'istruzione – per questo motivo venga perseguitato da voi con l'accusa di morte?» English Translation  "Well, then," Socrates rejoined, "does it not seem amazing to you that while in other pursuits those who excel do not merely receive equal treatment but are even given special honor, yet I, beca...

Saggezza antica

 Gli dèi non c'entrano Faber est suae quisque fortunae (Orazio) Ognuno è artefice del proprio destino  ὢ πόποι, οἷον δή νυ θεοὺς βροτοὶ αἰτιόωνται. ἐξ ἡμέων γάρ φασι κάκ' ἔμμεναι· οἱ δὲ καὶ αὐτοὶ σφῇσιν ἀτασθαλίῃσιν ὑπὲρ μόρον ἄλγε' ἔχουσιν,(Odissea, I, 32 ss) Ma guarda tu! Adesso gli uomini danno ogni colpa agli dèi! Secondo loro, tutti i mali proverrebbero da noi: ma sono loro, con la loro stoltezza, al di là del destino, a procurarsi i gu ai.

Plutarco e l'educazione dei figli

 I padri, esempi dei figli πρὸ πάντων γὰρ δεῖ τοὺς πατέρας τῷ μηδὲν ἁμαρτάνειν ἀλλὰ πάνθ' ἃ δεῖ πράττειν ἐναργὲς αὑτοὺς παράδειγμα τοῖς τέκνοις παρέχειν, ἵνα πρὸς τὸν τούτων βίον ὥσπερ κάτοπτρον ἀποβλέποντες ἀποτρέπωνται τῶν αἰσχρῶν ἔργων καὶ λόγων. ὡς οἵτινες τοῖς ἁμαρτάνουσιν υἱοῖς ἐπιτιμῶντες τοῖς αὐτοῖς ἁμαρτήμασι περιπίπτουσιν, ἐπὶ τῷ ἐκείνων ὀνόματι λανθάνουσιν ἑαυτῶν κατήγοροι γιγνόμενοι· τὸ δ' ὅλον φαύλως ζῶντες οὐδὲ τοῖς δούλοις παρρησίαν ἄγουσιν ἐπιτιμᾶν, μή τί γε τοῖς υἱοῖς. (Plutarco, De liberis educandis, 14a) Prima d'ogni altra cosa, è fondamentale che i padri si comportino in modo irreprensibile e facciano quanto è necessario onde essere per i figli un fulgido esempio, affinché essi, guardando alla loro vita come ad uno specchio, desistano dal comportarsi e parlare in modo vergognoso. Quei genitori che rimproverano ai figli le loro stesse malefatte, non fanno che accusare incosciamente se stessi sotto il nome dei figli. Se insomma essi genitori conducono una ...

Humanitas di Seneca nei confronti dei servi

 "SERVI SUNT" . IMMO HOMINES. "SERVI SUNT " IMMO CONTUBERNALES. "SERVI SUNT ". IMMO HUMILES AMICI. " SERVI SUNT" . IMMO CONSERVI. SENECA, Lettere a Lucilio, L.V. Let. 47.   Traduzione   Sono servi, piuttosto sono uomini. Sono servi, piuttosto persone che vivono come noi. Sono servi. Piuttosto umili amici. Sono servi. Piuttosto compagni di servitù.  In questa lettera Seneca espone il suo pensiero riguardo ai servi, pensiero umanissimo conforme ai suoi ideali filosofici, i servi sono uomini come tutti, nulla li differenzia dai padroni. Ed è ridicolo, a suo avviso, che i padroni si vergognino di cenare con i loro servi. 

Frammento 122 W Archiloco

 Eclisse    Il frammento 122 West di Archiloco descrive un’eclisse totale di sole, molto probabilmente quella che nel 648 a.C. interessò l’Egeo settentrionale.  Secondo molti critici, il poeta fu testimone oculare di quell’evento mentre si trovava sull’isola di Taso (la più settentrionale dell’Egeo), che suo padre aveva colonizzato per conto dell’oligarchia aristocratica della sua isola natale, Paro, nelle Cicladi.   Testo greco  χρημάτων ἄελπτον οὐδέν ἐστιν οὐδ' ἀπώμοτον θαυμάσιον, ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ ᾿Ολυμπίων ἐκ μεσημβρίης ἔθηκε νύκτ', ἀποκρύψας σέλας ἡλίου λάμποντος, λυγρὸν δ' ἦλθ' ἐπ' ἀνθρώπους δέος. ἐκ δὲ τοῦ καὶ πιστὰ πάντα κἀπίελπτα γίνεται ἀνδράσιν• μηδεὶς ἔθ' ὑμέων θαυμαζέτω ὁρέων μηδ' ὅταν δελφῖσι θῆρες ἀνταμείψωνται νομὸν ἐνάλιον, καί σφιν θαλάσσης ἠχέεντα κύματα φίλτερ' ἠπείρου γένηται, τοῖσι δ' ὑλέειν ὄρος. Archiloco (Fr. 122 West)   Traduzione in italiano  Nulla di inatteso vi è più, né impossibile, né straordinario, dacché Zeus, padr...

Nemesi

Il termine Nemesi deriva dal greco némō (“dividere, distribuire”) ed è la dea che ristabilisce l’equilibrio quando qualcuno supera la giusta misura.  Non rappresenta la vendetta personale, ma una giustizia cosmica che assegna a ciascuno ciò che gli spetta, punendo l’eccesso (hybris). Nella concezione greca, si distingue da altre figure della giustizia:  - Themis incarna l’ordine divino, - Dike regola la giustizia tra gli uomini,  -  Nemesi interviene contro ogni squilibrio.  In Esiodo appare come forza primordiale legata al senso del limite, mentre in Erodoto è implicita nel dialogo tra Solone e Creso, a indicare l’instabilità della fortuna umana. Il suo culto era diffuso, soprattutto a Ramnunte, dove una statua a lei dedicata simboleggiava la punizione della superbia persiana.  Nemesi colpisce infatti chi eccede: ricchezza, potere o successo diventano colpa quando si trasformano in arroganza. Oggi il termine è ridotto a “nemico personale”, perdendo il sign...

Le massime di Marco Aurelio

 Per essere felici Ἐὰν τὸ παρὸν ἐνεργῇς ἑπόμενος τῷ ὀρθῷ λόγῳ, ἐσπουδασμένως, ἐρρωμένως, εὐμενῶς, καὶ μηδὲν ‹παρίῃς› παρεμπόρευμα, ἀλλὰ τὸν ἑαυτοῦ δαίμονα καθαρὸν ἑστῶτα τηρῇς, ὡς εἰ καὶ ἤδη ἀποδοῦναι δέοι· ἐὰν τοῦτο συνάπτῃς μηδὲν περιμένων μηδὲ φεύγων, ἀλλὰ τῇ παρούσῃ κατὰ φύσιν ἐνεργείᾳ καὶ τῇ ὧν λέγεις καὶ φθέγγῃ ἡρωικῇ ἀληθείᾳ ἀρκούμενος, εὐζωήσεις. ἔστι δὲ οὐδεὶς ὁ τοῦτο κωλῦσαι δυνάμενος.(Marco Aurelio, III,12) Se compi le azioni giornaliere seguendo la retta ragione, con determinazione, con energia, con cortesia, senza distrazioni, ma mantenendo il tuo demone sempre puro, quasi tu dovessi renderlo da un momento all'altro; se ti attieni a questo, senza aspettarti nulla e senza sottrarti a nulla, ma limitandoti ad agire sempre in sintonia con la natura e ad essere fermamente sincero in ogni tua parola, tu vivrai felice. E non c'è nessuno che possa impedirtelo.

Non prendiamoci troppo sul serio

 ὁ κόσμος σκηνή, ὁ βίος πάροδος· ἦλθες, εἶδες, ἀπῆλθες. Democrito, fr. 115 Traduzione Il cosmo (è) un palcoscenico, la vita (è) un passaggio: entri, guardi ed esci. ὁ κόσμος ἀλλοίωσις, ὁ βίος ὑπόληψις. Tratta dai Ricordi dell'imperatore-filosofo Marco Aurelio (Libro IV, 3) Traduzione Il cosmo (è) mutamento, la vita (è) opinione. Ciò che conta davvero è il nostro mondo interiore, non facciamoci distrarre dal mutevole mondo esteriore.

Cicerone preoccupato per la salute della figlia Tullia

      Tullius Terentiae suae s. d. In maximis meis doloribus excruciat me valetudo Tulliae nostrae. De qua nihil est, quod ad te plura scribam: tibi enim aeque magnae curae esse certo scio. Quod me propius vultis accedere, video ita esse faciendum. Etiam antea fecissem: sed me multa impedierunt, quae ne nunc quidem expedita sunt.    Sed a Pomponio expecto litteras, quas ad me quam primum perferendas cures velim. Da operam ut valeas.    (Litterae ad familiares, XIV, 19)  Traduzione Nei miei più grandi dolori mi tormenta profondamente la salute della nostra Tullia. Riguardo a lei non c’è motivo che io ti scriva più a lungo: infatti so con certezza che essa ti sta ugualmente a cuore.   Poiché desiderate che io mi avvicini di più, vedo che bisogna fare così. Lo avrei fatto anche prima; ma molte cose mi hanno impedito, e nemmeno ora sono ancora risolte. Tuttavia aspetto lettere da Pomponio, e vorrei che tu ti occupassi di farmele recapitare i...

L'attualità di Tucidide

κτῆμά τε ἐς αἰεὶ μᾶλλον ἢ ἀγώνισμα ἐς τὸ παραχρῆμα ἀκούειν ξύγκειται  (“La guerra del Peloponneso” I, 22). «[La mia opera] è stata composta come un possesso per l'eternità, piuttosto che come un pezzo di bravura da ascoltare sul momento». [...] ὡς τυραννίδα γὰρ ἤδη ἔχετε αὐτήν, ἣν λαβεῖν μὲν ἄδικον δοκεῖ εἶναι, ἀφεῖναι δὲ ἐπικίνδυνον.  (II, 63, 1-2) [...] infatti, possedete ormai l'impero come una tirannide, che da un lato si ritiene ingiusto aver conquistato, ma che d'altro lato sembra pericoloso abbandonare. Tucidide, Le Storie, a cura di Guido Tonini, UTET, 2014

Leopardi: Il Risorgimento

 Chi dalla grave, immemore Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me? Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è? Siete pur voi quell’unica Luce de’ giorni miei? Gli affetti ch’io perdei Nella novella età? Se al ciel, s’ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà. Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar. Chi mi ridona il piangere  Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar? Leopardi, Il Risorgimento

Scipione piange davanti alle rovine di Cartagine

 Il pianto di Scipione davanti alle rovine di Cartagine Polibio, Storie, XXXIX, 6 La Risposta che Scipione il distruttore di Cartagine, nel 146 a.C., a giustificazione del suo pianto davanti alle rovine della città nemica. Scipione vedendo ridotta ormai all'estrema rovina la città di Cartagine, pianse apertamente, si dice, per i nemici.  A lungo egli rimase meditabondo, considerando come la sorte di città, popoli, domini, vari come il destino degli uomini: ciò era accaduto ad Ilio, città una volta potente, era accaduto ai regni degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che erano stati grandissimi ai loro tempi, e recentemente al regno macedone.  Infine sia volontariamente, sia che tali parole gli siano sfuggite, esclamò:  «Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada»¹.  Polibio che gli era stato maestro e gli poteva parlare liberamente, gli chiese che cosa egli volesse significare con queste parole e allora Scipione senza reticenza nomi...

Ovidio Metamorfosi Filemone e Bauci

 Filemone e Bauci (Ovidio, Metamorfosi, VIII, 618-724) Immensa davvero e senza fine è la potenza del cielo e tutto quello che vogliono gli dei sempre si compie. E perché tu non dubiti, c'è ancora sui colli della Frigia una quercia con accanto un tiglio e attorno un muretto: io stesso l'ho visto coi miei occhi quando Pitteo mi mandò nei campi che furono un tempo di suo padre Pelope. Non lontano da lì c'è uno stagno, un tempo terra abitabile, ma ora pieno di smerghi e di folaghe palustri. Qui venne Giove, con aspetto umano, e con lui venne Mercurio col suo caduceo, ma senza le sue ali. A mille porte bussarono, chiedendo dove poter un poco riposare, ma mille porte si chiusero. Una casa soltanto li accolse, piccola e con un tetto di paglia e di canne palustri. Era la casa di Bauci, pia vecchietta, e di Filemone, della stessa età, e in quella casa erano vissuti insieme ed erano invecchiati, alleviando la loro povertà senza mai nasconderla e vivendola sempre con serenità. Inutile...

L'ospitalità: Valore sacro per i greci

  " Ξεῖν᾽, οὔ μοι θέμις ἔστ᾽, οὐδ᾽ εἰ κακίων σέθεν ἔλθοι,    ξεῖνον ἀτιμῆσαι· πρὸς γὰρ Διός εἰσιν ἅπαντες   ξεῖνοί τε πτωχοί τε." “Straniero, non è mio costume offendere un ospite neppure se arriva uno da meno di te: infatti, sia gli ospiti sia i poveri vengono tutti da Zeus.”    Odissea , XIV, 56-58